BREVE STORIA DI ROCCASCALEGNA

(Testo di Lucio Cuomo)

 

Il primo documento che testimonia l’esistenza di Roccascalegna è del lontano XII secolo (1160) ed è riportato nel Catalogo dei Baroni. L’insediamento, però, doveva certamente preesistere, dal toponimo e dalla residua documentazione possiamo arguire che le sue origini risalgono almeno al periodo longobardo.

Difatti, il nome Roccascalegna o, più esattamente “Rocca Scarengia”, secondo alcuni studiosi, è ascrivibile toponomasticamente ad un nome longobardo di persona, “Aschari”, da cui “Rocca di Aschari”; secondo altri, ad un suffisso –enni-a, dal prelatino “scarenna”, documentato nell’Italia settentrionale (Scarenna nel comasco, Scarenno nel novarese e la Scarena vicino a Nizza) col significato pregnante di “fianco scosceso di una montagna”. La posizione del piccolo centro sul fianco del Monte San Pancrazio confermerebbe anche questa seconda tesi.

Tuttavia, nel territorio non mancano tracce significative di una presenza umana ed insediamentale più antica, come documentano i recenti scavi in località Collelongo (rinvenimenti del periodo Eneolitico) o a Capriglia e Colle Cicerone (ritrovamenti del periodo romano), che farebbero supporre una frequentazione del sito in epoche diverse.

Né possiamo escludere una significativa presenza  monastica nel territorio, che, alternatasi a quella feudale, ha caratterizzato la lunga storia dell’insediamento sia per gli elementi documentari che per quelli monumentali. E’ il caso dell’Abbazia di San Pancrazio, dedicata al giovane martire morto sotto Diocleziano all’età di 15 anni, già documentata nell’anno 829 come dipendenza di Santo Stefano in Lucana presso Tornareccio e poi confluita nei possessi del Vescovo di Chieti già prima della Bolla del Papa Alessandro III del 1173 ed, attualmente, preziosa testimonianza di un passato più glorioso ormai decaduto. La Chiesa attuale è una rifondazione del 1205, come attesta l’iscrizione posta sul fregio sopra il portale, ma da documentazione posteriore (1568) sappiamo che era arricchita da un chiostro e dalle cellette per i monaci, sul cui sito, alla fine del ‘800, è stato costruito il cimitero.

Sito longobardo, quindi, nato in un primo tempo semplicemente come punto di controllo della Valle del Rio Secco, ma, più opportunamente, come luogo strategicamente importante per eventuali penetrazioni dal mare verso l’interno dei nemici Bizantini. Per difendersi, i Longobardi eressero sul punto più alto del luogo, dove successivamente sorgerà il castello, una torre d’avvistamento, oggi non più esistente, primo baluardo contro eventuali scorrerie.

Il territorio, già oggetto di dominazione longobarda e poi franca, diviene nel XII secolo preda di altri conquistatori che ne cambieranno profondamente l’immagine: i Normanni. Questi, prima mercenari delle città pugliesi e campane, poi guidati da interessi autonomi e grandiosi progetti, si spargeranno a macchia d’olio verso le terre teatine, conquistando rapidamente tutta l’Italia meridionale.

Probabilmente, il primo impianto del castello è da accreditare proprio ai Normanni (secondo alcuni studiosi al periodo svevo), costruito forse con palizzate di legno e con un primo nucleo insediativo, costituito, secondo i calcoli dell’Antinori da 24 famiglie ed il cui feudatario Boemondo era titolare della Contea di Manoppello:

Superate nello spazio di appena duecento anni le dominazioni normanne e sveve, Roccascalegna è nominata nel 1320 durante il periodo angioino “cum castellione” con specifico riferimento al castello, probabilmente già in muratura, con quelle merlature così ben evidenziate dai recenti restauri. I feudatari di questo periodo sono ancora oggetto di ricerca, sia per la difficoltà di reperimento delle fonti, sia per il quasi assoluto silenzio di documenti coevi. Dobbiamo attendere il secolo XV per riscoprire in certo qual modo il nostro piccolo centro, allorché, durante il periodo di Giovanna II, le gesta di Giacomo Caldora, la ribellione del figlio Antonio, i soprusi di Raimondo di Caldora, si ha l’avvento degli Aragonesi con la conquista del Regno di Napoli da parte di Alfonso.

In questo periodo, un soldato di origine germanica della compagnia di mercenari di Giacomo Caldora, Raimondo Annecchino, viene insediato su questo piccolo feudo.

Da questi inizia una dinastia di feudatari che per oltre un secolo dominerà la valle del Sangro.

Questo almeno fino a Giovanni Maria Annecchino, il quale tra i meriti di aver ricostruito il Castello con quattro torri nuove (Catasto Onciario anno 1525) ed averlo adattato alle nuove esigenze difensive contro le armi da fuoco, riuscì a diventare la “pecora nera” della famiglia, perdendo nel giro di due anni tutti i feudi per l’assassinio di un certo Pietro di Giovanpaolo e per l’appoggio dato al re di Francia  Francesco I contro l’Imperatore Carlo V.

Da questo periodo in poi ricostruire la storia di Roccascalegna diventa relativamente più semplice, perché essa segue l’avvicendarsi di vari feudatari un po’ come per gli altri insediamenti del Regno di Napoli. Varie fortune e disgrazie con signorotti più o meno nobili, con casate più o meno celebri, con vari passaggi dal feudatario alla Regia Corte e da questa ad un nuovo padrone con cui litigare,  cui far accettare i Capitoli, gli ordinamenti di reciproco rispetto, almeno sulla carta, tra una popolazione che cominciava ad avere coscienza di sé (Università) ed i soliti soprusi, angherie, umiliazioni che il feudatario, difficilmente riesce ad evitare.

Nel 1531 un ignoto signorotto spagnolo, Diego Sarmento, conferma questi Capitoli o Statuti, ma poco dopo Roccascalegna torna alla Regia Corte, che la vende a Giovanni Genovois di Chalem, un altro sconosciuto feudatario “di transito”,  che la rivende ai Carafa. Giovan Berardino Carafa vive nel castello, suo figlio Orazio opprime i roccolani fino al 15 ottobre 1584, quando essi, con l’aiuto del prete Don Lorenzo di Bramonte, lo uccidono. Gli succede il fratello Giovanni Girolamo e Geronimo; di lui rimane un piccolo manoscritto autografo, quasi un esercizio di scrittura rinvenuto durante i lavori di restauro; ma il feudo va male, i Carafa sono oberati dai debiti e, verso la fine del secolo, sono costretti a vendere per onorare i creditori.

Ai Carafa succedono i Corvo o de Corvis, persone benestanti e capaci. Hanno anche una certa cultura perché annoverano dottori e prelati di una certa levatura. Anch’essi, come gli Annecchino (1424-1528), tengono Roccascalegna per oltre un secolo (1599-1717) e sembra che tra i feudatari siano stati i più “magnanimi” anche se ancora troppo poco sappiamo di loro. A dire il vero solo un feudatario della famiglia Corvo è vissuto nel Castello di Roccascalegna, Giuseppe, che, ad appena 46 anni, morì (1645) in circostanze poco chiare durante un viaggio e con gran concorso di preti fu sepolto nella Chiesa di San Pietro. Erano tempi di magra e carestia; i Relevi, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, raccontano che nel 1645 vi era gran penuria di denaro e viveri e che furono esatti soltanto sei ducati!

Gli ultimi feudatari di Roccascalegna sono stati i Nanni, ma anche questi hanno avuto poca cura del feudo e dei sudditi; il Castello, sia che  fosse in cattive condizioni, sia che fosse stato la scena di un omicidio, sia che non fosse più in grado di ospitare degnamente un nucleo familiare di una certa consistenza, fu abbandonato e l’abitazione del feudatario fu costruita in una zona più comoda e di facile accesso. Il palazzo sorge nella cosiddetta zona nuova di Roccascalegna, lungo l’attuale Via Duca degli Abruzzi. Oggi è adibito ad abitazione privata ed è sede di un forno e di un laboratorio artigianale.

Con i Nanni il feudalesimo scompare e il secolo XIX si apre con nuove speranze di ripresa. La legge eversiva della feudalità (1806) concede nuove terre ai cittadini ed i soprusi feudali sono un lontano ricordo. Tra i Francesi e i Borboni l’abitato si evolve pian piano verso una prossima unità nazionale, ma ancora lutti e ruberie, emigrazione e brigantaggio e nuovi ricchi borghesi aggrediscono la proprietà fondiaria. Il Castello deve attendere almeno altri centocinquanta anni per essere salvato dall’incuria, dall’abbandono e dall’oblio.