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ROCCASCALEGNATesto
a cura di Lucio Cuomo Fotografie di Antonio Di Donato
chi, in cerca non solo di vecchi sapori e profumi naturali, ma anche di monumenti dimenticati ed antichi castelli, sopravvissuti interi o in rovina all’ineluttabile scorrere del tempo, volesse ritrovare tutte queste amenità in un colpo solo, percorrendo la fondovalle della Val di Sangro, dovrebbe uscire allo svincolo di Roccascalegna. Il centro è un po’ nascosto alla vista del turista dalle numerose colline che lo circondano: da Colle Cicerone a Colle Buono a Colle San Pancrazio. Ma ognuna di queste colline riserva una sorpresa se vengono visitate non frettolosamente, ma con l’occhio attento del turista che vuole sapere, conoscere ed apprezzare tanta antichità e bellezze naturali. Da Colle Buono si potrà ammirare la vista del Lago del Sangro, localmente chiamato Lago di Bomba e della poderosa Diga che ne frena la vasta portata d’acqua. Il Colle Cicerone e la vicina, boscosa Cesaratoli difendono il territorio dalle piene fluviali, quasi a baluardo naturale e Colle San Pancrazio sovrasta l’antica abbazia omonima che l’occhio acuto già distingue lontana sin dai primi rettilinei dopo Piane d’Archi. Il nome dell’insediamento è di origine longobarda secondo alcuni studiosi, che propendono per un nome Ascari da cui Rocca Ascharenea = Rocca scalegna; altri propongono un suffisso –enn-ia, documentato ancora oggi in Scarenno (Novara), Scarenna (Como) che significherebbe ‘fianco scosceso di una montagna’, il che puntualmente si ritrova nell’antico insediamento castellano che è sito su di un piano con forte pendio. Rinvenimenti archeologici dell’epoca preromana e romana nel territorio sono esigui, ma non farebbero escludere la presenza dell’uomo sin dal paleolitico come i recenti saggi compiuti dall’Università di Pisa farebbero intendere. Poi qua e là rinvenimenti sporadici di tombe, statuette, unguentari e le leggende locali sull’esistenza di un tempio in loc. Santa Giusta aggiungono e confermano una frequentazione umana almeno sino alla fine del V secolo d. C. Inoltre la presenza di toponimi dedicati a santi martirizzati nei primi secoli del cristianesimo, come S. Vittoria, Santa Giusta, San Pancrazio, San Clerico, S. Cristinziano, SS. Cosma e Damiano e S. Pietro denotano un ulteriore sviluppo della continuità abitativa nel territorio che ben si prestava ad accogliere piccole comunità all’ombra di una chiesa, di un’abbazia, di un monastero. |
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San Pancrazio
Dopo lo svincolo al primo bivio che s’incontra, svoltiamo a sinistra e, seguendo la stradina fin quasi alla fine, proprio quando la strada va in piano, sulla sinistra prendiamo la strada che va al Cimitero. Attaccata al cancello la mole dell’abbazia di San Pancrazio. Le forme esteriori tradiscono un passato più glorioso di quanto le nude pietre lascino trasparire nella ricostruzione e restauro di qualche tempo fa. Ex dipendenza di un altro monastero più potente nei dintorni di Tornareccio, San Pancrazio intorno al XII secolo, pur dipendente da Chieti, si costituisce in proprio un vasto territorio di chiese e possedimenti dei quali tuttavia restano scarse tracce per l’oblio di molti documenti. Una visita pastorale effettuata dal vescovo di Chieti nel 1568 lascia immaginare la grandiosità dell’abbazia: vi sono tracce ormai obsolete di un chiostro scoperto con un piano superiore costituito da molte stanze anch’esse in rovina; l’altare maggiore ha una tribuna sorretta da quattro colonne, due cappelle laterali con due altari. La chiesa ha colonne ed arcate costituite da pietre rosse e bianche e tracce di affreschi sulle pareti. Oggi dell’antico splendore è rimasto ben poco e più l’esterno dell’edificio sembra concedere respiro all’immaginazione di tanta grandezza passata. All’ingresso sopra l’architrave della porta una lunetta contiene un bassorilievo di difficile lettura. Più sopra, come cornice di un fregio floreale, un’iscrizione data l’edificio al 1205 (anni · domini · millesimo · cc · v · indiccione · viii), che già è una ricostruzione di un’altra chiesa sorta almeno quattro secoli prima. Sopra l’iscrizione una testa di pietra rosso bruno che non sembra appartenere al contesto; lungo il viale d’accesso al contiguo cimitero, tra i cipressi uno splendido arco a tutto sesto decorato con motivi intrecciati, antico accesso, forse, allo spazio claustrale. |
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San
Cosma e Damiano
Continuiamo la nostra visita a Roccascalegna, avvicinandoci al centro abitato; lasciamo alle nostre spalle l’abbazia di San Pancrazio ed allo stop prendiamo a sinistra. Di fronte a noi lo splendido scenario della Maiella riempie lo sguardo e lo spazio. Ma è tempo di visitare altri monumenti e vestigia. Appena la strada inizia la discesa, sulla destra, quasi confusa con le retrostanti colline, notiamo la massiccia rupe che si staglia solitaria con la Torretta sulla cima, quasi sospesa nel vuoto. Uno scorcio delle mura del castello che fra poco visiteremo per intero.
Giungiamo nel centro abitato, quello moderno, che si dispone quasi a ventaglio intorno al borgo antico. Due strade parallele conducono a Via Codacchie, sede del vecchio insediamento; seguiamo la prima a sinistra, via Roma, che passa davanti al Municipio e arriviamo a Piazza Umberto I. Subito ancora a sinistra, all’angolo di via S. Cosimo, il palazzo Mastrangelo con portale in pietra e cortile interno. Poco più avanti sulla stessa via la chiesa di SS. Cosma e Damiano. L’edificio attuale è di matrice settecentesca come appare dal portale esterno e dall’epigrafe dedicatoria; ma pur trovandosi fuori delle mura del vecchio insediamento e citata per la prima volta nel 1568, la chiesa è certamente più antica, anche se non con la stessa struttura. La dedica a SS. Cosma e Damiano, santi medici, frigi come S. Pancrazio, martirizzati all’epoca di Diocleziano e la successiva comunione con S. Rocco, anch’egli protettore contro una malattia, la peste, celebrati i tre santi nelle feste patronali del 26 e 27 settembre, farebbero propendere per una maggiore antichità sia del culto che del monumento, senza escludere una variazione di titolazione. L’interno è più da visitare che da descrivere, sia per i rimaneggiamenti architettonici subiti nei secoli che per i paramenti sacri di interesse storico ed artistico. Lungo via Duca degli Abruzzi parallela di via Roma, troviamo scarsissime tracce della Chiesa dell’Assunzione di Maria Santissima (XVII sec.) e poco più avanti i muri intonacati e cementificati del palazzo baronale della famiglia Nanni, ultima feudataria di Roccascalegna. |
BORGO ANTICO
Per buona parte ammodernato dagli abitanti e dall’amministrazione comunale, il vecchio Borgo si snoda lungo via Codacchie fino alle prime propaggini del Castello. La non cospicua documentazione storica, frammista alle leggende locali pone a metà circa di Via Codacchie una delle due porte che chiudevano la cinta muraria medioevale: la Porta del Forno, così detta per un forno baronale sito nei pressi, dove gli antichi roccolani avevano l’opportunità, a pagamento, della panificazione. Tracce di questo forno sono più nella leggenda che nella realtà, considerando che resti significativi non sono stati ancora trovati. Le variazioni topografiche dei luoghi dovute a smottamenti e terremoti, nonché ad esigenze abitative diversificatesi nel tempo, non permettono, allo stato attuale della documentazione, di avanzare alcuna ipotesi. È più avvalorabile al contrario l’idea di chi propone nei pressi della Porta del Forno un ponte levatoio, giustificabile, del resto, dalla leggera pendenza dell’accesso. Lungo via Codacchie troviamo altri due monumenti; uno è sito nei pressi della gradinata che conduce alla chiesa di San Pietro ed è costituito da un portale semplice con data 1786 che la tradizione attribuisce ad un edificio adibito tra ‘700 ed ‘800 alle riunioni della Casa Comunale. Più avanti un altro portale, splendido per i motivi architettonici che lo decorano, chiude la vecchia Canonica ed è datato alla seconda metà del XVIII secolo. Alla fine di via Codacchie esisteva un’altra porta, ricordata nei documenti, come Porta della Terra. Di essa non sembrano al momento sussistere tracce perché il luogo è in abbandono, ma non si esclude come per l’altra la possibilità di nuove letture dei resti superstiti e di rinvenimento documentario.
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. CHIESA DI SAN PIETRO
Quasi a difesa del borgo medioevale e poco distante dal castello, sorge la chiesa di San Pietro, di cui la documentazione ha restituito parecchie notizie interessanti. Prima fra tutte quella relativa al trasferimento forzoso di un quadro rappresentante il SS. Rosario dalla cappella del castello alla chiesa suddetta (1592). Ma andiamo con ordine. L’edificio ecclesiale, dopo i recenti restauri, presenta, all’esterno, evidenti opere di ristrutturazione che hanno adeguato le murature alle continue necessità della popolazione, risparmiando, forse, nel contempo il campanile con fregi di elegante fattura. L’interno ha tre navate, molto luminose, per le varie finestrelle che sapientemente lo irrorano di luce. I lavori di restauro hanno permesso in alcuni casi il rinvenimento fortuito di vere opere d’arte come il frammento di elemento decorativo integrato nella muratura all’ingresso: elemento questo che per la sua antichità può dar luogo a varie ipotesi sulla storia di questa chiesa. Gli altari superstiti sono di vario genere per i vari rifacimenti subiti, per cui si alternano semplicità e fastosità quasi barocca con evidenti tracce di splendori passati semicancellati dal bianco intonaco sulle pareti e sulle volte e residue epigrafi sepolcrali a parete, riutilizzate per ulteriori sepolture. Il notevole utilizzo di San Pietro come sede sepolcrale nei secoli è documentato anche da un certificato di morte del 1646 stilato dal parroco don Orazio Paglione, relativo alla morte, avvenuta il 29 novembre 1645, del barone Giuseppe Corvo, feudatario di Roccascalegna, il corpo del quale fu sepolto in cornu Evangelii presso l’altare maggiore. Anche per questa chiesa le prime notizie documentate risalgono al 1568, ma l’analisi architettonica del monumento e le ben 8 sepolture, documentate da una Visita del 1804, nonché l’esistenza di ben due arciconfraternite dedicate al SS. Rosario ed al SS. Sacramento lasciano intendere una maggior antichità per questo edificio che offrirà ancora sorprese.
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IL CASTELLO
Concludiamo il nostro giro turistico, visitando l’ultimo monumento di Roccascalegna, non perché l’ultimo, ma perché degno di una descrizione più completa, considerando le varie problematiche ad esso connesse e le leggende che ancora sopravvivono nell’immaginario collettivo locale. Leggende cruente di sangue e soprusi, di vendette e libertà, da cui traspare un misto di storia ormai dimenticata e favole diventate “storia”, ma di quelle storie che ci raccontavano le nonne. Eminente sullo sperone roccioso che degrada ripido sulla scarpata, il castello di Roccascalegna, munito di ben quattro torri e cinto di mura, sembra uscito dal mondo delle fiabe, celando nelle sue mura e nella stessa natura del luogo chissà quali oscuri ricordi di assedi, battaglie e conquiste cruente. Niente di tutto ciò. Forse. Lo visitiamo così come si presenta attualmente, salendo pian piano la lunga gradonata in pietra, scavata nella roccia sul versante che guarda la chiesa di S. Pietro. Gradone dopo gradone, immergiamo gli occhi nel panorama che ci scorre intorno: di fronte l’abitato di Gessopalena, nella piccola piana sottostante il Rio Secco, in fondo, verso nord est, la piccola viabilità che va verso Fontacciaro e verso il territorio Casolano e più in fondo, oltre l’orizzonte, il mare. Costruito presumibilmente intorno al XI-XII secolo a coronamento di una preesistente Torretta di guardia di matrice longobarda, il castello aveva una configurazione architettonica assai differente dall’attuale. I restauri di cui è stato oggetto negli anni novanta hanno evidenziato rifacimenti e crolli avvenuti in varie epoche e documentati quest’ultimi anche in tempi abbastanza recenti come quello del 1940 per le piogge eccessive e soprattutto per il lungo abbandono. Anche il pendio scosceso dove esso sorge ne ha mutato nel tempo la struttura e l’utilizzo che è andato via via diminuendo fino all’oblio totale. È notizia, in un documento del 1525, di una ristrutturazione del castello, fatta eseguire da Giovanni Maria Annecchini, signore del luogo. In esso si descrivono la terra di Roccascalegna ed il castello, affermando che esso è costituito di quattro torri nuove ed una antica, come, dopo il restauro, esse ci appaiono. Torri circolari quelle nuove, per adeguarle ad eventuali assalti di bombarde e cannoni, quadrata, la quinta, che rimane per la sua posizione dominante, la più irraggiungibile, forse anche alle palle di pietra. Nella stessa epoca vengono rifatte le mura, più alte e senza merlature, probabilmente non ce ne è più bisogno. Ma il nostro Annecchino, al quale è stata da poco condonata la pena per aver ucciso un certo Pietro di Giampaolo, cade in disgrazia. Arrestato per tradimento, è simpatizzante dei Francesi - siamo all’epoca della disgraziata spedizione del Lautrec, naufragata nella peste durante l’assedio di Napoli – viene giustiziato (1528) ed i beni passano ad altri signori per cui tra un passaggio e l’altro il castello giunge in proprietà della famiglia Carafa nel 1535 che, come suggeriscono le fonti, vi risiede. Entriamo, adesso. Finita la gradinata ci accoglie un piccolo accesso in legno, nasconde i resti di un ponte levatoio, citato in un documento notarile settecentesco e di qui una breve salita ci conduce all’interno; il pavimento è in mattoni disposti a spina di pesce e qui era situata la prima torre, detta Torre del Cuore, per un simbolo araldico in pietra effigiato sulla porta con arco a mattoni rossi e soglia di riutilizzo, crollata nel 1940, più avanti uno spazio rettangolare scoperto, quasi una specie di corte, introduce alle altre torri; a destra presso l’ingresso una gradinata conduce alla cosiddetta Torre di Guardia che osserva dall’alto l’abitato sul versante nord-ovest. A ridosso della ‘corte’ la Torre del Carcere così chiamata a causa del rinvenimento, durante i lavori di restauro, di una catena ad uso di ‘cavigliera’ in ferro per detenuti. Ambiente senza aria e senza luce e probabilmente anche umido a causa della vicina cisterna. Sulla finestra di questa Torre, l’architrave della medesima all’esterno porta incisa la scritta ALFONSVS ANNECHINVS. Saliamo pochi gradini e, superata la cisterna, arriviamo alla Torre Angioina o del Forno, per il monumentale luogo di cottura esistente all’interno. A fianco la cappella eretta nel 1577 con la caratteristica grondaia di coppi in cotto per la raccolta dell’acqua piovana e successivo scarico nella cisterna. Nella cappella, chiaramente eretta per variate esigenze abitative, era conservato il quadro del SS. Rosario poi trasferito a S. Pietro. Un’ulteriore gradinata ci conduce alla Torre quadrata o Torretta costruita in parte con materiali di risulta. Ciò si evidenzia soprattutto per due elementi; i primi, a vista, sono i piedritti agli angoli dell’ingresso, costituiti da due blocchi monolitici di dimensioni diverse con incisi sullo spigolo due candelabri ebraici. Il secondo elemento, non più visibile perché sito sul lato sud est della torretta, quindi sullo strapiombo, è un elemento decorativo litico di riutilizzo, recante una specie di corona e di croce incise di non facile attribuzione cronologica. Usciti dalla Torretta il piano roccioso in pendenza ci riconduce verso la Torre di Guardia e lungo il camminamento incontriamo un foro per uso di archibugi e alcuni piani incassati nel muro adibiti probabilmente a deposito di effetti personali per le sentinelle di ronda. Nei pressi della Torre di Guardia resti di alcuni forni e di una mensa annessa. La nostra visita termina qui, ma le parole non bastano per raccontare tutto. Bisogna venire a Roccascalegna per saperne di più, per assaporare più da vicino un velato fascino medioevale. |